In Tibet, un viaggio clandestino
luglio 10th, 2009 by Elisa in Autore, Flaviano Bianchini

Tibet, il Paese delle Nevi. Lo Shangri-la.
Per secoli questo luogo isolato dal mondo e arroccato dietro i contrafforti dell’Hymalaia ha attirato viaggiatori, pellegrini, mercanti e sognatori, ma non è stato quasi mai possibile visitarlo in piena libertà.
Da quando venne invaso dalla Cina nel 1951 il solo modo per visitare il Tibet è un viaggio organizzato gestito da un tour operator cinese. Non c’è altra alternativa legale.
Flaviano Bianchini (autore del libro), però, aveva una promessa da mantenere.
Infatti nell’aprile del 2007 conobbe Palden Gyatso, monaco buddista recluso per trentatre anni nelle carceri cinesi per non aver denunciato il Dalai Lama e la sua “cricca reazionaria”.
«Io non posso più visitare il Paese delle Nevi», gli disse in quell’occasione: «vai tu e dimmi com’è». Il Tibet dei tibetani, non quello dei tour operator cinesi.
Flaviano si è nascosto in un camion, ha guadato fiumi in piena, valicato alte montagne, si è rifugiato in un monastero mentre fuori giravano le pattuglie dell’Esercito e ha corrotto le guardie di frontiera, e alla fine è riuscito ad arrivare nel cuore più vivo del Tibet, dopo aver percorso 1500 chilometri a piedi. Dal monte Kailash, la montagna sacra di buddisti e induisti, attraverso il monte Everest fino a Lhasa, la Città santa.
«Oggi raramente un uomo percorre lunghi viaggi a piedi. Non lo fa quando è imprigionato nella sua città tra lavoro e famiglia, ma non lo fa neanche quando decide di andarsene». Si viaggia in treno, in macchina, in aereo, «ma il vero viaggio, il viaggio di scoperta e di esplorazione, è solo il viaggio a piedi. È l’unico che consente di vedere nuove terre ma anche, come diceva Proust, di vedere con nuovi occhi». «Non posso sperare di entrare dentro il Tibet se non mi muovo come si muovono i tibetani», ci ricorda Bianchini: «Se vuoi conoscere il Tibet l’unico modo è camminare».
E così è andata: ha fatto quasi 800 chilometri in compagnia di un pellegrino buddista che tornava a piedi a Lhasa dopo aver percorso 108 kora (circuiti sacri) del monte Kailash. Ha trovato ospitalità nei monasteri e nelle case della gente comune. Ha aiutato i pastori nomadi dell’altipiano ad accudire gli yak in cambio di un pasto caldo. Ha camminato per giorni con il vento dell’altipiano come unico compagno. Ha visitato il campo base dell’Everest, dove la sporcizia delle spedizioni commerciali si mescola al bianco dei ghiacciai.
Ha incontrato ex prigionieri politici ed ex combattenti. Ha visitato i monasteri restaurati dai cinesi per poterli riempire di turisti. Ha conosciuto le vie degli esuli tibetani, che a migliaia ogni anno si riversano in India e in Nepal, e anche le vie dei contrabbandieri e degli ex guerriglieri. Ha incontrato persone che tengono prudentemente nascoste bandiere tibetane e libri proibiti. Ma ha anche visto le moderne città cinesi fatte di palazzoni, karaoke e locali a luci rosse. Ha visto i preparativi per le olimpiadi e i palazzi del potere presidiati giorno e notte per paura di attentati e sabotaggi.
Insomma, è entrato nel vero cuore del Tibet. Quel Tibet che quasi nessuno conosce perché oggi chi parla di Tibet, in nove casi su dieci, lo fa da Dharamsala o da Pechino. È entrato in quel Tibet che sembra fermo nel tempo. Un Tibet fatto di pellegrini, di nomadi, di monasteri e di luoghi sacri; fatto di incenso, di fumo di ginepro, di burro di yak e di mantra sussurrati. Quel Tibet che, nonostante tutto, è ancora un Paese libero.
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