Cristo si è fermato a Eboli
novembre 23rd, 2009 by Blanche in Autobiografico, Autore, Carlo Levi, Genere
Scritto tra il dicembre del 1943 ed il luglio del 1944 a Firenze e pubblicato nel 1945 da Einaudi, Cristo si è fermato ad Eboli è la storia del periodo di confino che Levi trascorse in Lucania a causa della sua attività antifascista.
In particolare, lo scrittore, pittore e medico Levi visse ad Aliano (che nel libro viene chiamata Gagliano, imitando la pronuncia locale) per due anni (1935-1936), dove ebbe modo di conoscere lo stato di miseria in cui la gente del posto viveva.
Al ritorno dal confino Levi, dopo aver trascorso un lungo periodo in Francia, scrisse il romanzo nel quale rievoca il periodo trascorso a Gagliano.
E’ Levi stesso a spiegarcelo nella sua prefazione: “Come in un viaggio al principio del tempo, Cristo si è fermato a Eboli racconta la scoperta di una diversa civiltà. È quella dei contadini del Mezzogiorno: fuori della Storia e della Ragione progressiva, antichissima sapienza e paziente dolore. Il libro tuttavia non è un diario; fu scritto molti anni dopo l’esperienza diretta da cui trasse origine, quando le impressioni reali non avevano più la prosastica urgenza del documento”.
In effetti, i quasi dieci anni che separano l’esperienza vissuta dalla quella della scrittura permettono a Carlo Levi di offrirci un’analisi mirabile della questione meridionale attraverso i suoi occhi di piemontese.
Quando giunge a Gagliano il primo impatto per Levi è molto brusco: l’immagine del paese così chiuso e sperduto suggeriscono subito alla sua mente l’idea della morte, ma ben presto Levi fa la conoscenza dei suoi abitanti e il ruolo di medico lo porta a stretto contatto con la vita dei contadini che, per ogni intervento o malattia, si rivolgevano a lui visto che i “medicaciucci” del paese, Milillo e Gibilisco, non sanno niente di medicina.
Nonostante l’invidia dei due, Levi è benvoluto e rispettato da tutti. La sua presenza in paese rende orgogliosi anche il podestà Magalone e donna Caterina, sua sorella, che lo accolgono con piacere; quando la questura di Matera gli rilascia il permesso di andar via e di tornare a Torino è con dispiacere da parte dei contadini che viene accolta la notizia.
La scelta della città di Eboli nel titolo si giustifica come la scelta del confine geografico nonché storico. In effetti oltre ad essere un paese campano che segna il passaggio nelle terre aride e desolate della Basilicata e dove, una volta abbandonata la costa si fermano la strada e la ferrovia, Eboli è il confine che segna la fine della civiltà verso una “terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte”.
I contadini di questa terra dimenticata da Dio non appartengono ai comuni canoni di civiltà, ma sono inseriti in una Storia diversa, che ha un sapore magico e pagano, una Storia nella quale Cristo non è mai arrivato. Nel ripercorrere la propria esperienza a contatto con quella gente, l’autore riflette sull’estraneità dello Stato e della politica rispetto a quella realtà con straordinaria lucidità.
Di grande interesse è l’analisi dei ritmi della tradizione rurale con particolare riguardo ai suoi rapporti con lo Stato italiano che conduce, grazie alla grande capacità osservativa dello scrittore-pittore, ad una profonda analisi della questione meridionale, raccordando l’endemica arretratezza ad un’incapacità storica di comprensione reciproca tra un Nord e un Sud profondamente divisi nel tempo e nella storia.
Le parole di Levi “Essi non hanno né possono avere, quella che si usa chiamare coscienza politica, perché sono, in tutti i sensi del termine, pagani, non cittadini: gli dèi dello Stato e della città non possono avere culto fra queste argille, dove regna il lupo e l’antico, nero cinghiale, né alcun muro separa il mondo degli uomini da quello degli animali e degli spiriti, né le fronde degli alberi visibili dalle oscure radici sotterranee…” hanno fatto dire a Rocco Scotellaro, scrittore e politico che conosceva bene la situazione disumana della civiltà contadina, che l’opera di Carlo Levi “è il più appassionante e crudele memoriale dei nostri paesi”.
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