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"Non esiste vascello che come un libro ci sa portare in terre lontane. Né corsiero come una pagina di scalpitante poesia. È un viaggio che anche il più povero può fare senza il tormento del pedaggio. Quanto è frugale la carrozza che trasporta l'anima dell'Uomo." Emily Dickinson

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Camminare

dicembre 5th, 2009 by Elisa in Autore, Genere, Henry David Thoreau, Saggio

Henry David ThoreauHenry David Thoreau, nato negli Stati Uniti agli inizi del diciannovesimo secolo, fu un uomo anticonformista, profondamente legato alla Natura selvaggia dei boschi e delle paludi in cui amava perdersi camminando per ore.

Conosciuto soprattutto grazie al libro “Walden, ovvero la vita nei boschi”, resoconto di una avventura durata due anni, si distinse anche per la sua tenace opposizione alla guerra tra Messico e Stati Uniti, che lo portò a rifiutarsi di pagare le tasse, alla reclusione in carcere, e che soprattutto lo ispirò nella scrittura del saggio “Disobbedienza civile” (un testo fondamentale che fu letto da persone del calibro di Martin Luther King e Ghandi, primi fautori della lotta non-violenta).

In questo piccolo saggio intitolato “Camminare”, scritto dall’autore nei suoi ultimi anni di vita, emerge l’amore sconfinato per la Natura incontaminata e soprattutto per l’avventura quotidiana del camminare lontano dagli affari umani, in mezzo a paesaggi aspri, selvaggi e, proprio per questo, rigeneranti.

Thoreau vorrebbe “svegliare” il lettore del libro, esortarlo a recuperare una dimensione di vita più vera, più in armonia con il proprio corpo e la propria anima: per lui gli abitanti delle città, costretti a passare le giornate fermi in ufficio o in bottega, oppure circondati da una frenesia e un moto di cose e persone intorno a loro che li confondono (senza che essi stessi abbiano mai intrapreso un vero viaggio),  sono delle vittime inconsapevoli di uno stile di vita sbagliato, troppo sedentario e troppo superficiale.

Ma più che criticare, questo vecchio saggio, arrivato agli ultimi passi del suo cammino, ci vuol mostrare quanto sia bella la natura, quanta magia possiamo trovare nello stendersi dell’oro di un tramonto sopra un paesaggio campestre, o nel volo di un’anatra selvatica. Ci vuol mostrare che la nostra inquietudine e la nostra infelicità potrebbero essere curate semplicemente mettendoci in marcia e confondendo i nostri passi in mezzo a cespugli e pantani.

“Ai nostri giorni quasi ogni cosiddetto miglioramento a cui l’uomo possa porre mano, come la costruzione di case e l’abbattimento di foreste e di alberi secolari, perverte in modo irrimediabile il paesaggio e lo rende sempre più addomesticato e banale. Ah, se la gente cominciasse a bruciare le staccionate e lasciasse vivere le foreste!”

“E’ consuetudine dire, nel New England, che di anno in anno sempre meno piccioni visitano le nostre foreste. Il nutrimento scarseggia. Allo stesso modo si potrebbe dire che, di anno in anno, sempre meno pensieri visitano l’uomo, poiché il bosco che viveva nelle nostre menti è stato devastato – venduto per alimentare inutili ambizioni o andato in fumo- e a malapena è rimasto un ramoscello su cui possano posarsi. Non nidificano e non prolificano più in noi.  In qualche stagione più mite forse una pallida ombra volteggia nel cielo della mente sospinta dalle ali di qualche pensiero in una migrazione stagionale, ma, alzando lo sguardo, siamo incapaci di decifrarne la sostanza. I NOSTRI ALATI PENSIERI SI SONO FATTI POLLAME.”

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