Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione.
dicembre 16th, 2009 by Blanche in Autore, Genere, Saggio, Umberto Eco
Negli ultimi decenni gli studi sulla traduzione hanno dato luogo a una fioritura di cattedre, riviste, convegni, dipartimenti e centri di ricerca dedicati a questo problema. Il libro di Umberto Eco fa parte di questa riflessione generale.
Umberto Eco, da anni esperto traduttore, ci regala una riflessione sul proprio lavoro e una ricerca sui massimi problemi semiotici: il significato, la sinonimia, il senso, i vari livelli e le diverse strategie testuali.
Il libro Dire quasi la stessa cosa nasce da una serie di conferenze e seminari sulla traduzione tenuti da Umberto Eco a Toronto, a Oxford ed all’Università di Bologna negli ultimi anni e dell’intervento orale cerca di mantenere il tono di conversazione.
Inoltre non si propone di elaborare una teoria generale della traduzione, bensì di agitare problemi teorici partendo da esperienze pratiche, quelle che l’autore ha fatto nel corso degli anni come correttore di traduzioni altrui, traduttore in proprio e autore tradotto che ha collaborato coi propri traduttori. E’ dunque un libro fatto di esempi, un mosaico di citazioni e confronti, ciascuno dei quali fa scaturire una questione.
L’autore ci spiega quanto la traduzione sia tutt’altro che una passeggiata ma, al contrario, un lavoro molto complesso. Il titolo dell’opera sintetizza la problematicità: «non è solo quel “quasi” a dover creare preoccupazione, ma anche il “dire” e la “cosa”» le cui definizioni possono creare più di un grattacapo.
Secondo Eco «è come trovarsi di fronte a un rebus della Settimana Enigmistica nel quale bisogna capire quali elementi siano rilevanti per arrivare alla soluzione». Nei rebus, come nelle traduzioni, è un errore sia soffermarsi sulle immagini che sembrano determinanti sia considerare solo il contesto generale in cui il testo o le immagini sono inseriti.
Solo l’interazione equilibrata di questi elementi permette di trovare il “dire” e il “cosa” strettamente pertinenti. Ogni traduzione deve quindi essere preceduta da un’interpretazione, e per di più la traduzione deve anche essere quantitativamente uguale all’originale. «Se per tradurre venti pagine ne vengono fuori 60, c’è evidentemente qualcosa che non va» scherza l’autore.
Secondo lui «la traduzione ottimale è quella che permette di salvare il maggior numero di livelli di pertinenza, cioè di riprodurre non solo il linguaggio, ma anche il contesto, le immagini, l’intenzionalità dell’autore». Un lavoro titanico, insomma, che pone il traduttore di fronte a una grande responsabilità morale.
Dato che i suoi romanzi sono stati diffusamente tradotti, questa da sola è una fonte pressoché inesauribile di casi concreti di problemi non già meramente lessicali, ma di traducibilità della cultura, delle implicazioni diverse della componente di non detto nella cultura emittente e in quella ricevente.
Altri casi riguardano l’esperienza di Eco come traduttore (di Gérard de Nerval e di Queneau, per esempio) e allora ci viene illustrato in che modo egli ha affrontato e risolto i problemi che gli si sono posti.
Eco ci ricorda, se non lo sapessimo ancora, che tradurre non è un processo meccanico per cui ad ogni parola corrisponde un significato unico e assoluto e che non basta appunto “dire quasi la stessa cosa”.
Il traduttore si trova costantemente davanti a scelte difficili perché la traduzione è prima di tutto una negoziazione come quelle che avvengono nella vita quotidiana ogni volta che decidiamo il significato da attribuire alle espressioni che usiamo. Umberto Eco ce lo dimostra con parole semplici grazie ai numerosi casi concreti rende la riflessione accessibile anche al lettore non specializzato.
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