Pappagalli verdi
dicembre 30th, 2009 by Blanche in Autore, Cronaca, Genere, Gino Strada
Sembrerebbe il titolo di un libro per bambini, una promessa di racconti esotici e meravigliosi se non ci fosse il sottotitolo del libro a dissipare subito ogni dubbio: cronache di un chirurgo di guerra.
Sono quelle che ci racconta Gino Strada, fondatore di Emergency nel 1994, l’associazione umanitaria italiana per la cura e la riabilitazione delle vittime di guerra e delle mine antiuomo.
In questo libro, Strada mette a nudo le immagini più vivide, talvolta i ricordi più strazianti, le amarezze continue della sua esperienza di medico militante, stretto continuamente tra le politiche ufficiali dell’ONU e dei padroni della guerra e le pratiche del volontariato internazionale.
Il libro non segue un preciso ordine cronologico e vi si alternano vicende ambientate in vari teatri di guerra dove Strada e i suoi colleghi di Emergency sono stati impegnati: Iraq, Etiopia e Afghanistan.
Ma in fondo di bambini si tratta anche: in Afghanistan il 34% delle vittime civile del conflitto sono bambini, mutilati o uccisi dalle mine. Il titolo dell’opera, i cosidetti “pappagalli verdi”, riprende il nome di un tipo di mina antiuomo di produzione sovietica.
In Afghanistan i sovietici ne lanciavano a migliaia dagli elicotteri; grazie alle “ali” di cui erano dotate, queste mine anziché cadere a grappolo in un unico punto si disperdevano come volantini su un’ampia superficie. I militari sovietici affermavano che quelle mine erano fatte in quel modo per sole ragioni tecniche e non perché dovessero assomigliare a un giocattolo.
Cioè, precisavano indignati i progettisti, non erano fatte apposta per attirare i bambini. Però li attiravano. E i bambini se le portavano a casa, se le scambiano come fossero figurine, finché sulle “ali” veniva esercitata un po’ di pressione e si verificava l’esplosione.
Strategia di guerra: più bambini muoiono o rimangono ciechi o monchi o sfigurati, più la popolazione civile terrorizzata cesserà ogni resistenza.
Diceva Saddam Hussein nell’ottobre 1991, all’indomani del ritiro dalla regione kurda dell’Iraq: “Noi ce ne siamo andati, ma il nostro esercito è rimasto lì.” E alludeva alle mine antipersona (dieci milioni, tre per ogni abitante nel Kurdistan iracheno), alla sua armata invisibile fatta di italianissime Valmara 69 e VS-50.
Mine la cui produzione e il cui commercio sono stati finalmente proibiti dalla legge 374 del 22 ottobre 1997, approvata anche grazie a una campagna di pressione di Emergency, l’organizzazione umanitaria fondata da Strada a Milano nel 1994 e alla quale sono devoluti i diritti d’autore di questo libro.
Il libro riesce a mettere in evidenza le condizioni in cui l’autore e i suoi collaboratori si siano spesso trovati nel corso del loro impegno: installare ospedali da campo in meno di una giornata, organizzare soccorsi istantanei approfittando di una fragile tregua, operare a lume di candela nel mezzo di combattimenti, provare a ricucire corpi e anime, ad amputare e rieducare, a convincere un bambino o una bambina a trascorrere il resto della propria vita “adattandosi alla nuova forma del suo corpo, a usare meglio quel che è rimasto”.
Ma l’autore ci sconvolge quando descrive quello che chiama la “quotidianità della tragedia”, quando racconta la sua sorpresa iniziale nel constatare l’assenzio di reazione da parte delle vittime e spiega poi di aver capito come sia “la quotidianità della tragedia che rende superfluo ai feriti dalle mine piangere, lamentarsi. E’ il fatto di aver sempre vissuto in mezzo al terrore e al dolore fisico, di averlo visto negli occhi dei nonni e poi dei padri e delle madri, dei fratelli e delle sorelle maggiori”.
Questa “quotidianità della tragedia” che fa sì che ogni venti minuti nel mondo una mina esploda.
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