Notturno indiano
gennaio 26th, 2010 by Blanche in Antonio Tabucchi, Autore, Genere, Romanzo
«Questo libro, oltre che un’insonnia, è un viaggio. L’insonnia appartiene a chi ha scritto il libro, il viaggio a chi lo fece».
Antonio Tabucchi, oltre ad essere il maggiore conoscitore, critico e traduttore dell’opera dello scrittore Fernando Pessoa dal quale ha attinto i concetti della saudade, della finzione e degli eteronimi, è anche uno dei scrittori italiani più noti al mondo.
La sua opera Notturno indiano ha ottenuto nel 1987 il premio francese “Médicis étranger”.
Si presenta al lettore sotto la cifra del viaggio, dell’esotismo, del mistero: l’ambientazione indiana, rigorosa e quasi documentaria, e lo sfondo, a tratti inquietante a tratti fuggente, di una vicenda che utilizza i canoni di più generi letterari fondendoli in un pastiche di indubbio fascino.
Roux, il protagonista, è alla ricerca dell’amico Xavier, disperso in India da tempo. Gli spostamenti di Roux, di volta in volta misteriosi o coerenti, avventurosi o banali, sono popolati da incontri (il medico, l’indovino deforme), sogni allucinazioni, brandelli di ricordi. Il racconto si svolge tra Bombay, la capitale, e altre località indiane: Madras, Mangalore, Goa.
E’ un’India magica e misera allo stesso tempo quella descritta da Tabucchi, quella che un uomo attraversa da viaggiatore narrante, non solo fisicamente, ma anche interiormente, alla ricerca di Xavier, suo amico misteriosamente scomparso, portando con sè solo una valigia e una guida turistica dal titolo piuttosto commerciale: “India, a travel survival kit”.
Di pari passo con la ricerca che ha motivato il viaggio, il protagonista, Roux (questo il suo soprannome da Rouxinol, usignolo in portoghese), si trova a compiere seppure in modo discontinuo, anche un viaggio nella sua interiorità.
Ed è proprio con questa seconda chiave di lettura, che non è evidentissima se non negli ultimi capitoli, che lo stile di Tabucchi stupisce nuovamente per la sua unicità. La peregrinazione psicologica di Roux avviene attraverso frammenti di ricordi, accenni a persone (di cui al lettore non è dato saperne di più) e a situazioni del passato, a sensazioni provate durante colloqui o spostamenti.
E’ come se nella narrazione più esplicita ve ne fosse un’altra, o addirittura tante altre, più nascoste, proprio come avviene nei meccanismi del nostro pensiero. Bisogna aggiungere che è un romanzo che offre un “non finale” lasciando il lettore in un certo imbarazzo…
Tema ricorrente del libro, è quello degli incontri, i quali avvengono sempre di sera o di notte e ciò non è un caso: occorre infatti ricordare la frase portante all’inizio del capitolo sei, “Il corpo umano potrebbe non essere altro che un’apparenza. Nasconde la nostra realtà. Prende consistenza sulla nostra luce o sulla nostra ombra”; come se il corpo, la sostanza, la valigia del jainista, fosse messo in chiaro e compreso proprio al momento delle ombre, ovvero la notte.
Per Tabucchi gli incontri sono casuali ma determinanti lo svolgersi degli eventi: come già osservato in Sostiene Pereira e in Piccoli equivoci senza importanza, essi avvengono con persone con cui ci si permette confidenza, che si è certi di non rivedere più.
Notturno indiano costituisce un esempio di ciò che è definito “metaromanzo” (cioè una narrazione che assume come proprio oggetto l’atto stesso del raccontare, così da sviluppare un romanzo nel romanzo).
Come nel metateatro Plautino, anche qui abbiamo la frattura delle barriere, ma, mentre col commediografo latino si ha una fusione tra finzione e realtà, Tabucchi crea una storia all’interno di un’altra storia, ovvero si ha “il romanzo che racconta se stesso” [Anna Dolfi].
Alla fine, Roux, partito alla volta dell’India per cercare un altro, finisce per trovare se stesso in un’imbarcazione con tante luci; ma stando al colpo di scena finale, non è forse vero che il cercante e il cercato, dopotutto, convergono nella stessa persona?
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