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Stupore e tremori

febbraio 15th, 2010 by Blanche in Amélie Nothomb, Autobiografico, Autore, Genere, Romanzo

stupore e tremori.jpegStupore e tremori (Stupeur et tremblements) è un romanzo della scrittrice belga Amélie Nothomb definito da lei stessa autobiografico. Ha ricevuto il Grand Prix du roman dell’Académie française.

La Nothomb, scrittrice lontana da qualsiasi stereotipo e ormai personaggio cult della letteratura francese, vanta la pubblicazione di un romanzo all’anno a partire dal 1992, anno in cui ha esordito in maniera dirompente con “Hygiène de l’assassin”: un best-seller da 100.000 copie (e 125.000 nelle edizioni tascabili), da cui sono stati tratti un film e due riduzioni teatrali.

Figlia di un ambasciatore belga, nata a Kobe, in Giappone, Amélie ha trascorso la sua infanzia e l’adolescenza tra Cina, Stati Uniti, Laos, Birmania e Bangladesh. Questo l’ha portata a sentirsi poi “fuori luogo”, in qualche modo diversa dai suoi coetanei, al rientro in Occidente.

Questo isolamento un po’ forzato ha sviluppato in lei il desiderio di scrivere, grazie al quale ha prodotto un’impressionante mole di testi in gran parte pubblicati, e con successo: Stupore e tremore, edito da Albin Michel, ha venduto in Francia 400.000 copie.

La storia è divertente, ricca di humour e incentrata in parte proprio sul senso di non appartenenza ad alcuna cultura “certa”, di riferimento. E’ il racconto corrosivo e surreale di un anno di lavoro in una grande multinazionale giapponese: la giovane neoassunta Amélie, felice di aver realizzato il sogno di lavorare nel paese in cui è nata, viene assunta alla Yumimoto, vero e proprio impero dell’import-export tra il Giappone e il resto del mondo.

Il suo impatto con la struttura gerarchica dell’ufficio è immediatamente traumatico. Eppure Amélie conosce bene la lingua giapponese, gli usi e costumi di quel paese, le regole di un lavoro impiegatizio. Ma tutto ciò non è sufficiente. Il complesso meccanismo della Yumimoto non può essere compreso sino in fondo da una mente occidentale e Amélie si ritrova in breve tempo a subire non solo gli aspri rimproveri dei suoi dirigenti ma anche una lenta, graduale e inarrestabile retrocessione, sino ai ruoli più infimi.

E tra tutti gli spettatori della sua incredibile parabola, spicca la figura flessuosa e bellissima di Fubuki… il suo capo diretto che punisce la giovane occidentale affidandole compiti modesti, quasi insignificanti. Amélie si ritrova nell’assurda condizione di sapere di poter svolgere compiti interessanti, per la sua preparazione e la conoscenza della lingua francese, ma di non essere mai messa in condizione di dimostrarlo a causa delle ferree regole interpersonali che vigono all’interno della Yumimoto.

Costretta a cambiare la data ai calendari, a servire il caffè, a occuparsi delle toilette… Amélie raggiunge il limite della sopportazione, ma malgrado queste umiliazioni non rassegna le dimissioni, fermamente decisa a rimanere sino allo scadere annuale del contratto. Amélie non è però il tipo che s’arrende, poiché dotata di un umorismo graffiante e di una fervida immaginazione.

“Di una cantante che riesca a passare dal registro di soprano a quello di contralto si dice che possiede una vasta estensione: io mi permetto di sottolineare la straordinaria estensione del mio talento, in grado di cantare in tutti i registri, tanto in quello di Dio che in quello di signora Pipì”, si consola così la nostra (anti)eroina.

Impossibile svelare la fine che ci dice molto della protagonista e di quanto autobiografismo si nasconda in queste ironiche pagine. La scrittrice analizza uno per uno i codici della società giapponese: la negazione dell’individualità, il rispetto della gerarchia, la sottomissione delle donne. Le umiliazioni diventano delle sfide, le angherie  un modo di fare lavorare i suoi neuroni.

Tutto il romanzo è interessante, pieno di assurdo e di surrealismo con un vocabolario ricercato. Il libro ci regala un’analisi incisiva ma non priva di umorismo sulle condizioni di lavoro nipponiche.
Il titolo del libro viene dall’antico protocollo imperiale che prevedeva che si si rivolgeva all’imperatore lo facesse con “stupore e tremori”.

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