La peste
febbraio 27th, 2010 by Blanche in Albert Camus, Autore, Genere, Romanzo
Appena pubblicata, l’opera riscosse un grande successo (oltre 160.000 copie vendute nei primi due anni), ottenendo tra l’altro il Prix de la Critique. La peste rientra nella produzione di Camus definita “Ciclo dell’assurdo“, che include anche un’altra celebre opera dello scrittore francese, Lo straniero.
Ma nell’opera La peste, Camus oltrepassa l’individualismo assoluto e senza blocchi che aveva ispirato Lo straniero e afferma la realtà di una dimensione ulteriore e diversa: quella della socialità e della solidarietà umana.
La storia è ambientata nella città algerina di Orano, in un imprecisato momento degli anni ’40 («un giorno d’aprile 194…», recita l’incipit), un posto in cui le giornate scorrono calde e afose in un’estate uguale a tutte le altre, ritmata dal via vai delle navi mercantili nel porto e dal vuoto di un’esistenza nella quale “ci si annoia e ci si applica a contrarre delle abitudini”.
Un topo morto lungo le scale, poi cinque sul marciapiede e infine migliaia che popolano di cadaveri ogni angolo della città: è la peste che dilaga e che improvvisamente, come un ladro di notte, inizia la stagione della mietitura.
Di fronte alla decine di uomini e donne ormai contagiati, nessuno vuole ammettere il dramma; le autorità e i medici si rifiutano di pronunciare l’orrendo nome nel vano tentativo di frenare il contagio. Ed è tardi quando la verità viene a galla e si prendono le prime misure di sicurezza.
La fede religiosa, l’edonismo di chi non crede nelle astrazioni ma neppure è capace di ” essere felice da solo “, il semplice sentimento del proprio dovere sono i protagonisti della vicenda; l’indifferenza, il panico, lo spirito burocratico e l’egoismo gretto sono gli alleati della peste.
Tra i personaggi principali il dottor Rieux, il medico che, al di fuori di ogni opzione politica o religiosa, trova nell’esercizio della sua professione la giustificazione del suo esistere. Si realizza nella lotta per strappare alla morte i suoi malati e si ribella contro l’assurdo della morte che non può accettare come espiazione, come gli suggerisce il gesuita Paneloux.
Alla fine il racconto di Rieux sarà il resoconto di una battaglia vinta, ma non la “cronaca di una vittoria definitiva”: “egli sapeva, infatti, quello che ignorava la folla e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore nè scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere e che forse sarebbe venuto il giorno in cui la peste avrebbe svegliato i suoi topi per madarli a morire in una città felice“.
In questo romanzo, Albert Camus affronta il grande problema dell’assurdo, cioè dell’impossibilità di trovare senso e giustificazione all’esistenza umana e al dolore che essa contiene – scrive Maria Pastori.
L’antichissima domanda sul significato del male (inconciliabile con la presenza di un Dio giusto e buono) viene riformulata in termini laici e si risolve nella constatazione lucida e senza speranza dell’ineluttabilità del male e della sua insensata gratuità. L’unica salvezza dalla disperazione può essere nella solidarietà fra gli uomini; l’unica rivolta possibile, il rifiuto di portare altro male nel mondo.”
E’ stato subito chiaro a tutti che l’opera di Camus è una grandiosa metafora. Ciò che Camus intende descrivere è in realtà la reazione umana di fronte ad un male che può cadere da un momento all’altro, sconvolgendo la vita quotidiana.
In particolare si può vedere in essa una metafora del nazismo letta in chiave storica, autorizzata da Camus stesso. Aggiunge Maria Pastori: “La peste è metafora del male: dell’assurdità del dolore inflitto agli uomini, dell’insensatezza del loro esistere.“
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