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Il visitatore

marzo 29th, 2010 by Blanche in Autore, Commedia, Eric-Emmanuel Schmitt, Genere

Il-visitatore.jpg Il Visitatore è una delle prime opere scritte da Eric-Emmanuel Schmitt per il teatro: in effetti, dopo essersi laureato in filosofia negli anni 80, Schmitt inizia la sua attività come drammaturgo in parallelo alla sua carriera di insegnante.

Il visitatore viene pubblicato nel 1993 ed incontra da subito un gran successo, confermato dai tre Premi Molière (“Rivelazione teatrale”, “Miglior autore”, “Miglior spettacolo di teatro privato”) che l’opera vince.

L’opera è stata poi tradotta e rappresentata in 15 lingue e in oltre 25 paesi e messa in scena innumerevoli volte in tutta Europa. La prima messa in scena italiana avviene tre anni più tardi, nel 1996, ad opera del regista Antonio Calenda, con Turi Ferro e Kim Rossi Stuart.

Lo spettacolo è stato poi ripreso in Italia a distanza di ben dieci anni, nel 2006, per iniziativa dell’attore e produttore Marco Predieri, con lo stesso nel ruolo del visitatore e Marcello Allegrini in quello di Freud.

L’opera si compone di 17 scene ambientate a Vienna nel mese di aprile dell’anno 1938. Mentre l’Austria, occupata dai nazisti, vive l’alba atroce dell’olocausto, Sigmund Freud, ebreo, padre della psicanalisi, sembra ancora confidare nel futuro e si rifiuta di abbandonare la città.

Gli eventi precipitano però rapidamente. La Ghestapo arresta sua figlia Anna e lui, rimasto solo, nel tentativo di salvarla, si vede costretto a firmare un documento in favore dei tedeschi.

E’ proprio in questo momento, di così grande sconforto, che il professore riceve una visita inattesa, un giovane elegante, di bella presenza, insinuatosi nello studio da una finestra.

La sua identità è misteriosa, potrebbe trattarsi di una ladro come di un folle, una proiezione dello stesso Freud, oppure Dio in persona.

Tra i due inizia un serrato dialogo-confronto, una partita a scacchi intensa, a tratti violenta, toccata da momenti di profonda tenerezza o di sottile ironia, che mette in discussione certezze e razionalità, paure e fede, lasciando ogni interrogativo sospeso alle conclusioni che vorrà trarre il vero interlocutore di Schmitt… il pubblico.

Ricreando il contesto della Vienna nel 1938, Schmitt mette il famoso psicanalista al centro di un dibattito interno: crede in Dio? Con simili eventi terribili può esistere Dio? Questo testo appare come una teodicea, ovvero un tentativo di giustificare l’esistenza del male malgrado l’esistenza di Dio.

Freud e il suo misterioso visitatore, dando per assodati passaggi logici e conoscenze, vanno dritti alla questione, senza che ci sia bisogno di spiegazioni né di premesse. Questo provoca immediatamente al lettore pensieri definiti e densi, che spesso s’incalzano e controbattono, stimolandone continuamente le reazioni.

Il loro è un dialogo energico, vitale e disperato insieme, profondamente ironico, del quale spiccano alcuni passaggi come, ad esempio, la descrizione fisica della paura, fatta da Freud: “è il corpo che non vuole più impregnare le lenzuola di angoscia, è l’anelito dell’animale braccato, è lo sguardo del capriolo costretto dai cani in un angolo di roccia che ancora si guarda in giro alla ricerca di una via di fuga”.

In questa paura carnale, viscerale, senza mediazioni intellettuali o psicologiche, così umanamente animale, Freud riconosce la debolezza che potrebbe portare a rifugiarsi nel credere. Alla quale, a ogni modo, lui non cede.

Nonostante il peso dei contenuti come la paura, la morte, Dio, il libero arbitrio, l’Olocausto, la scrittura di Eric-Emmanuel Schmitt appare sempre snella e scorrevole.

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