L’originale di Laura
maggio 10th, 2010 by Blanche in Autore, Genere, Romanzo, Vladimir Nabokov
Scritto nel 1977 ma pubblicato solamente nel 2009, il romanzo, dal titolo The original of Laura, è rimasto inedito per oltre trent’anni (Nabokov è morto nel 1977), chiuso nella cassetta di sicurezza di un caveau di una banca svizzera, per volere del figlio, Dmitri Nabokov, ora settantatreenne.
Ma l’origine di questa mancata pubblicazione risalirebbe addirittura alle ultime volontà dello stesso scrittore il quale, pochi giorni prima di morire, aveva chiesto alla moglie di bruciare il manoscritto della sua ultima fatica.
La decisione presa da Dmitri di pubblicare le bozze del romanzo, a lungo oggetto di insaziabile curiosità da parte di lettori e critici, ha quindi suscitato una viva polemica.
Del suo metodo di scrittura Nabokov ha parlato spesso in varie interviste; sappiamo che scriveva su schede in cartoncino Bristol per comporre i suoi testi, che le schede venivano conservate in scatole per scarpe e che, nella fase finale della composizione, una volta assemblate secondo l’ordine definitivo, venivano dettate da Vladimir alla moglie Véra, che le batteva a macchina.
In questo caso, sfogliando il volume pubblicato dalla casa editrice Adelphi, siamo ancora nella fase della gestazione. Ci troviamo di fatto davanti a delle riproduzioni fotografate delle 138 schede non ancora assemblate, schede scritte a mano, con cancellature e correzioni, mentre vediamo a fianco la traduzione di Anna Raffetto.
Dominato da un giocoso concetto della morte e da una beffarda visione dei riti mondani, L’originale di Laura ruota intorno a un romanzo nel romanzo, ovvero Laura, di cui è ispiratrice la ventiquattrenne Flora, capriccioso e sensuale alter ego di Lolita.
Accanto a lei, fra i molti personaggi delineati con rapidi tratti folgoranti, spicca il marito Philip Wild, neurologo e docente di fama sedotto da nuovi esperimenti sulle cellule nervose capaci di indurre una graduale ancorché reversibile estinzione del corpo.
Nabokov gioca qui con la strenua aspirazione a dominare la vita e l’immortalità, per poi rivelarci che «morire è divertente» (come dice il sottotitolo del libro).
Come sempre, è presente il gioco di rimandi e di rispecchiamenti, a cominciare dalle allusioni a personaggi di precedenti romanzi di Nabokov.
ll volume Adelphi contiene una lunga, circostanziata e per molti versi commovente introduzione di Dmitri Nabokov, in cui egli racconta il contesto in cui il padre scrisse l’abbozzo del romanzo e argomenta le motivazioni che dopo tanti anni hanno alla fine condotto lui, suo figlio, a pubblicare e quindi esporre al giudizio critico del pubblico un romanzo appena abbozzato e che il padre, poco prima di morire, aveva chiesto che venisse distrutto.
Nonostante sia stato sicuramente difficile per il figlio prendere una tale decisione e responsabilità, è interessante però sapere che Nabokov si era espresso più volte su questa precisa tematica dell’opportunità di conservare o no i manoscritti di uno scrittore.
Ne La vera vita di Sebastian Knight a pagina 44, Nabokov scrive: “….perchè egli (S.Knight) apparteneva a quel raro genere di scrittori i quali sanno che nulla deve più rimanere tranne l’opera compiuta: il libro stampato; che la concreta esistenza del libro è incompatibile con quella del suo spettro, del manoscritto grezzo che ostenta le proprie imperfezioni come un vendicativo fantasma che porta la sua testa sotto il braccio; e che per questa ragione gli scarti della bottega, nonostante il loro valore sentimentale o commerciale, non devono mai sopravvivere.”
Ecco nella prefazione alla sua traduzione inglese dell’ Eugene Onegin di Puskin un altro esempio del pensiero di Nabokov: “Un artista dovrebbe distruggere senza pietà i suoi manoscritti dopo la pubblicazione, per non indurre dei mediocri universitari a pensare che è possibile comprendere i misteri di un genio studiando delle versioni che egli ha eliminato. Nell’arte, gli obiettivi ed i piani non contano nulla, a contare sono solo i risultati”.
Giusta o sbagliata, ormai la decisione è stata presa, ed è difficile resistere alla tentazione di aprire l’opera, pur sapendo che l’autore non avrebbe gradito tale gesto.
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