Giornate tranquille
giugno 25th, 2010 by Blanche in Autore, Genere, Lizzie Doron, Romanzo
Lizzie Doron è nata nel 1953 a Tel Aviv, dove vive tuttora, ed ha vinto numerosi premi letterari, tra cui quelli italiani Adei Wizo “Adelina Della Pergola” nel 2009 e il premio Alziator.
Di lei la casa editrice Giuntina ha già pubblicato nella collana israeliana Perché non sei venuta prima della guerra? e C’era una volta una famiglia, affreschi del complesso universo di coloro che hanno vissuto la tragedia della Shoah e ne sono ritornati.
Anni fa, Lizzie Doron ha iniziato l’indagine sulle vicende della madre Helena, sopravvissuta alla Shoah, indi approdata in Israele, morta nell’autunno 1990, della cui vita passata la figlia conosceva ben poco.
Dobbiamo a tale indagine le opere della Doron, tra cui l’ultima pubblicata Giornate tranquille, uscita in Israele nel 2003 dedicata, significativamente, a “Coloro di cui nessuno si ricorderà”.
Al centro della storia vi è un salone di parrucchiere tenuto da Zaytshik, una specie di punto di ritrovo di un piccolo quartiere di Tel Aviv, non solo per la vedova Leale, la manicure che ama Zaytshik, ma anche per i suoi vicini, quasi tutti sopravvissuti alla Shoah. È qui che dopo anni di silenzio cominciano timidamente a raccontare la loro storia.
In realtà in questo negozio di parrucchiere l’autrice ha trascorso, con la madre, l’infanzia e la prima giovinezza.
Era in quel negozio che la piccola Lizzie si recava ogni giorno, dopo la scuola, sopportando il puzzo di acetone o di lacca per capelli, per ascoltare le storie delle clienti narrate in una babele di lingue: yiddish, tedesco, polacco… storie narrate in maniera, per così dire, incrociata: ciascuna vicenda usciva dalla bocca non di un certo personaggio, ma quello dell’amica (o amico), le cui vicissitudini erano raccontate da un’altra persona ancora, in un girotondo infinito.
Il parrucchiere Zaytshik, la manicurista Lèale (sofferta voce narrante del romanzo), la colta Rosa, il Dottor Wollman, il dolore, l’ironia, gli incubi notturni… un universo che la scrittrice ha compreso appieno solo quando, circa un trentennio dopo, ha iniziato a scriverne.
L’opera dev’essere letta con calma, senza lasciarsi fuorviare dall’apparente semplicità espressiva, e dispiace quando la lettura termina; si vorrebbe che continuasse.
Il caldo trasporto nella narrazione si sposa ad una tenera ironia in alcuni passaggi in sé drammatici, come il terrore suscitato dall’apparizione improvvisa – in quel quartiere di Tel Aviv! – di un uomo sconosciuto, dai capelli biondi e dalla bella voce, ma di lingua tedesca, alla ricerca di….
Il romanzo tocca tutte le cifre espressive e non vi è infatti una vera e propria trama, né una conclusione. I ricordi, le esperienze della protagonista e delle persone a lei vicine si mescolano nella fatica e nel dolore quotidiani, in un alternarsi tra ansia di annientamento e insopprimibile desiderio di vita, di lancinanti ricordi e visioni della persona amata.
Anche in questo suo nuovo romanzo, premiato da Vad Uashem con il premio Buchman, Lizzie Doron ci parla con lieve umorismo e calda compassione di un dolore che non può passare, della ricerca di un po’ di felicità, del tenace aggrapparsi a una vita che a molti non sembra più degna di essere vissuta.
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