Le cose che non ho detto
dicembre 30th, 2010 by Blanche in Autobiografico, Autore, Azar Nafisi, Genere, Racconto
“Molto prima di scoprire come un regime dispotico possa imporre una nuova immagine all’individuo e rubargli la sua vera identità, la sua idea di sé, io l’avevo già vissuto all’interno della mia famiglia; e molto prima di scoprire cosa significhi per le vittime diventare complici dei crimini commessi dallo Stato, io avevo già conosciuto, in una sfera molto più personale, la vergogna della complicità. In un certo senso, questo libro è una risposta al censore che è in me.”
Azar Nafisi, l’autrice del bestseller Leggere Lolita a Teheran, che ha venduto un milione di copie negli Stati Uniti e circa centocinquantamila in Italia, racconta la storia della sua famiglia in un libro di memorie che supera le resistenze della cultura iraniana a rivelare le faccende private.
Le cose che non ti ho detto è soprattutto un ritratto del padre della scrittrice iraniana, Ahmad Nafisi, sindaco di Teheran all’epoca dello scià e della madre, Nezhat Nafisi, fra le prime donne entrate al parlamento iraniano; ma è anche lo specchio di come in molti casi le dittature riproducano i silenzi, i ricatti e le doppie verità su cui si regge la famiglia, che nel libro appare come il primo e più perfetto sistema totalitario.
L’autrice non nasconde i tradimenti del padre e il rifugio trovato dalla madre in un mondo fantastico, lontano dalla dolorosa realtà. “La maggior parte degli uomini – racconta Azar Nafisi- tradisce la moglie per avere un’amante. Mio padre tradiva mia madre perché non si sentiva amato. Io lo vedevo infelice e mi sentivo quasi in dovere di riempire i vuoti della sua vita”.
Il legame della Nafisi con i suoi genitori, che l’autrice racconta con molta lucidità ma anche con grande tenerezza, è pieno di contrasti ma forte. E alla fine, sempre ricordando gli insegnamenti del padre, mostra come per resistere alla tirannia degli uomini e del tempo la cosa migliore sia diventare capaci, con l’immaginazione, di costruire una casa oltre i confini geografici e le nazionalità.
Una casa che nessuno “potrà mai portarmi via”. Deve anche ai suoi genitori di averle trasmesso la passione per il racconto: suo padre, spiega, “scrisse due libri di memorie, il meno interessante dei quali venne pubblicato, e più di millecinquecento pagine di diari”; mentre sua madre invece “ci raccontava le storie del suo passato, che di solito finivano così: ‘io pero’ non ho detto una parola, sono rimasta zitta”.
Un esempio, questo, che non ha seguito la figlia, che crede fermamente che non bisogna rimanere zitti, “perché, in un modo o nell’altro, ci raccontiamo attraverso le persone che diventiamo”.
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