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	<title>Ok Libri . com &#187; Cronaca</title>
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		<title>Il ritorno &#8211; Dentro il nuovo Iraq</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Nov 2010 12:06:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Blanche</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-5131" src="http://www.ok-libri.com/contenuti/Giuliana-Sgrena-il-ritorno.jpg" alt="Giuliana_Sgrena_il_ritorno.jpg" width="175" />Giuliana Sgrena, giornalista del Manifesto e autrice dei libri <em>Fuoco amico</em> (Feltrinelli 2005, tradotto in numerose lingue), <em>Il</em> <em>prezzo del velo</em> (Feltrinelli 2008, tradotto anche nei paesi arabi), ha pubblicato un nuovo libro nel febbraio scorso, dal titolo <em>Il ritorno &#8211; Dentro il nuovo Iraq.</em></p>
<p>A cinque anni dal suo rapimento in Iraq, la giornalista è tornata a Baghdad e dal suo viaggio è nato un libro-reportage che ci racconta la vita quotidiana in Iraq dopo la guerra americana.</p>
<p>Era il 4 febbraio quando la giornalista che realizzava un reportage per<em> il Manifesto</em> fu rapita e il 4 marzo quando fu liberata dai servizi segreti italiani, un mese dopo.</p>
<p>Un&#8217;operazione che costò la vita a Nicola Calipari, dirigente del SISMI che, nel fare scudo con il proprio corpo alla giornalista, venne raggiunto alla testa da uno dei numerosi proiettili sparati dal &#8220;fuoco amico&#8221; americano.</p>
<p>Fu un trauma per Giuliana Sgrena (rimasta ferita), la quale ha impiegato anni prima di riuscire ad affrontare a viso aperto i suoi incubi e tornare in Iraq. Dapprima timidamente, nella regione di confine controllata dai kurdi.</p>
<p>Poi, finalmente, a Baghdad dove la giornalista del “manifesto” lascia spazio alla descrizione di  ciò che vede. Ora la vita, nonostante lo stillicidio di attentati  sanguinari, sembra<span id="more-5130"></span> riprendere i ritmi del periodo di Saddam Hussein. La  gente torna a mangiare sulle rive del Tigri, le donne riconquistano una  visibilità sociale e politica, tanto da abbandonare il velo, e anche la  sinistra sociale, seppur con fatica, sembra riconquistare uno spazio che  tradizionalmente le appartiene.</p>
<p>Insomma, la nuova strategia americana  di accordarsi con gli anziani dei villaggi sunniti ha di fatto tolto  spazio politico alla propaganda armata del fondamentalismo islamista. Ma  alla vigilia del “disimpegno” americano nell’area non tutti i problemi  paiono essere risolti. Con grande sensibilità umana e giornalistica,  Giuliana Sgrena ci racconta perché.</p>
<p><em>Il ritorno &#8211; Dentro il nuovo Iraq</em> ci racconta la riconciliazione con i luoghi nei quali nel 2005 l&#8217;autrice aveva lasciato una parte di sé. Eccone qui di sotto un estratto particolarmente commovente.</p>
<p><em>&#8220;Qui, a qualche centinaio di metri, sono stata rapita il 4 febbraio del 2005. Un brivido. Non riesco a staccare gli occhi dalla moschea alla ricerca di quei blocchi di cemento che ci avevano impedito la fuga, ma siamo sulla superstrada e non si può rallentare. Non potendomi avvicinare, riesco solo a immaginare quel luogo, ma quella che stiamo percorrendo è proprio la superstrada usata dai miei rapitori per fuggire con me, il loro ostaggio.<br />
</em></p>
<p><em>Quel giorno non c’era traffico, era venerdì, e in ogni caso nessuno mi avrebbe notata. Per giorni, mesi, anni mi ha ossessionato l’idea di rivedere quei posti: quello del rapimento, ma soprattutto quello dove Nicola Calipari ha perso la vita proteggendomi dal fuoco “amico” americano.</em></p>
<p><em>Ogni tanto mi rimbomba ancora nelle orecchie quella raffica di mitragliatrice. Forse, se rivedrò quel luogo, non la sentirò più. Un’idea fissa mi perseguita: quel posto è il passaggio indispensabile nel mio viaggio di recupero di me stessa, o di quella parte di me che è sopravvissuta. È quello il punto in cui si è consumato il passaggio alla mia seconda vita, o semplicemente alla vita del dopo.&#8221;</em></p>


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		<title>Pappagalli verdi</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Dec 2009 11:36:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Blanche</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sembrerebbe il titolo di un libro per bambini, una promessa di racconti esotici e meravigliosi se non ci fosse il sottotitolo del libro a dissipare subito ogni dubbio: cronache di un chirurgo di guerra. Sono quelle che ci racconta Gino Strada, fondatore di Emergency nel 1994, l&#8217;associazione umanitaria italiana per la cura e la riabilitazione [...]


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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2204" src="http://www.ok-libri.com/contenuti/pappagalli.jpg" alt="pappagalli verdi.jpeg" width="175" />Sembrerebbe il titolo di un libro per bambini, una promessa di racconti esotici e meravigliosi se non ci fosse il sottotitolo del libro a dissipare subito ogni dubbio: <em>cronache di un chirurgo di guerra. </em></p>
<p>Sono quelle che ci racconta Gino Strada, fondatore di Emergency nel 1994, l&#8217;associazione umanitaria italiana per la cura e la riabilitazione delle vittime di guerra e delle mine antiuomo. </p>
<p>In questo libro, Strada mette a nudo le immagini più vivide, talvolta i ricordi più strazianti, le amarezze continue della sua esperienza di medico militante, stretto continuamente tra le politiche ufficiali dell&#8217;ONU e dei padroni della guerra e le pratiche del volontariato internazionale. </p>
<p></span>Il libro non segue un preciso ordine cronologico e vi si alternano vicende ambientate in vari teatri di guerra dove Strada e i suoi colleghi di Emergency sono stati impegnati: Iraq, Etiopia e Afghanistan.</p>
<p>Ma in fondo di bambini si tratta anche: in Afghanistan il 34% delle vittime civile del conflitto sono bambini, mutilati o uccisi dalle mine. Il titolo dell&#8217;opera, i cosidetti &#8220;pappagalli verdi&#8221;, riprende il nome di un tipo di mina antiuomo di produzione sovietica. </p>
<p>In Afghanistan i sovietici ne lanciavano a migliaia dagli elicotteri; grazie alle &#8220;ali&#8221; di cui erano dotate, queste mine anziché cadere a grappolo in un unico punto si disperdevano come volantini su un’ampia superficie. I militari sovietici affermavano<span id="more-2200"></span> che quelle mine erano fatte in quel modo per sole ragioni tecniche e non perché dovessero assomigliare a un giocattolo. </p>
<p>Cioè, precisavano indignati i progettisti, non erano fatte <em>apposta</em> per attirare i bambini. Però li attiravano. E i bambini se le portavano a casa, se le scambiano come fossero figurine, finché sulle &#8220;ali&#8221; veniva esercitata un po’ di pressione e si verificava l’esplosione. </p>
<p>Strategia di guerra: più bambini muoiono o rimangono ciechi o monchi o sfigurati, più la popolazione civile terrorizzata cesserà ogni resistenza.</p>
<p>Diceva Saddam Hussein nell’ottobre 1991, all’indomani del ritiro dalla regione kurda dell’Iraq: <em>&#8220;Noi ce ne siamo andati, ma il nostro esercito è rimasto lì.&#8221;</em> E alludeva alle mine antipersona (dieci milioni, tre per ogni abitante nel Kurdistan iracheno), alla sua armata invisibile fatta di italianissime Valmara 69 e VS-50. </p>
<p>Mine la cui produzione e il cui commercio sono stati finalmente proibiti dalla legge 374 del 22 ottobre 1997, approvata anche grazie a una campagna di pressione di <em>Emergency</em>, l’organizzazione umanitaria fondata da Strada a Milano nel 1994 e alla quale sono devoluti i diritti d’autore di questo libro.</p>
<p>Il libro riesce a mettere in evidenza le condizioni in cui l’autore e i suoi collaboratori si siano spesso trovati nel corso del loro impegno: installare ospedali da campo in meno di una giornata, organizzare soccorsi istantanei approfittando di una fragile tregua, operare a lume di candela nel mezzo di combattimenti, provare a ricucire corpi e anime, ad amputare e rieducare, a convincere un bambino o una bambina a trascorrere il resto della propria vita <em>&#8220;adattandosi alla nuova forma del suo corpo, a usare meglio quel che è rimasto&#8221;</em>. </p>
<p>Ma l&#8217;autore ci sconvolge quando descrive quello che chiama la &#8220;<em>quotidianità della tragedia&#8221;</em>, quando racconta la sua sorpresa iniziale nel constatare l&#8217;assenzio di reazione da parte delle vittime e spiega poi di aver capito come sia <em>&#8220;la quotidianità della tragedia che rende superfluo ai feriti dalle mine piangere, lamentarsi. E’ il fatto di aver sempre vissuto in mezzo al terrore e al dolore fisico, di averlo visto negli occhi dei nonni e poi dei padri e delle madri, dei fratelli e delle sorelle maggiori&#8221;.</em></p>
<p>Questa <em>&#8220;quotidianità della tragedia</em>&#8221; che fa sì che ogni venti minuti nel mondo una mina esploda.</p>


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